mercoledì 31 marzo 2021

Resoconto stenografico intervento Presidente Alberto Bagnai sulla rimozione del canale "byoblu" dalla piattaforma Youtube.

 BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori per farle una richiesta e le chiedo di consentirmi di contestualizzarla con cinque concise osservazioni. La richiesta si riferisce all'episodio su cui ha riferito ieri all'Assemblea il collega Paragone, ovvero al fatto che siano stati rimossi dal canale YouTube di ByoBlu, una testata giornalistica registrata, tutti i contenuti accumulati negli ultimi dieci anni.

Faccio quattro brevissime considerazioni prima della richiesta. Innanzitutto è una decisione che danneggia soprattutto l'azienda; Google non è un monopolista nei servizi in cloud ed è abbastanza sorprendente che tenga a far sapere ai suoi clienti che i dati non sono in sicurezza e svegliandosi domattina potrebbero non trovarli.

Faccio un rapidissimo inciso personale e me ne scuso, ma questo è anche un intervento per fatto personale. È grazie a Google che io sono qui, perché Google ha ospitato quel blog che, dandomi visibilità nel dibattito, mi ha consentito l'onore di essere vostro collega. È quindi molto strana questa decisione e, da utente soddisfatto di Google, domani cercherò alternative sul mercato.

Un altro tema che sottopongo a tutti voi è il seguente: dove vanno a finire i dati quando succede una cosa di questo tipo? Un video contiene anche reazioni e commenti degli utenti, che potrebbero essere conservati ed utilizzati a fini di profilazione politica. Interpellerò in merito l'Autorità garante.

Un terzo punto rapidissimo: ricordiamoci che «Eppur si muove», ai suoi tempi, quattro secoli fa, era una fake news. Dieci anni fa «l'austerità fa male» era una fake news, ma solo su ByoBlu chi voleva argomentarla poteva trovare spazio e il Paese dovrebbe essere grato a chi ha consentito di anticipare i tempi del dibattito, dicendo dieci anni prima quello che oggi ci ricorda il signor Presidente del Consiglio dei ministri. (Applausi).

Vorrei fare quindi un'ultima sottolineatura prima della richiesta, che sia motivo di orgoglio per tutti noi: dal 24 marzo è finalmente operativa la web tax. Questo significa che l'Italia è riuscita a imporre una norma di civiltà ai giganti del web, dove l'Europa è ancora in ritardo e l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) in grande ritardo. Si può avere perciò a livello di Stati nazionali un'interlocuzione; approfittiamone per una riscossa di civiltà non solo sul piano fiscale, ma anche su quello dei diritti fondamentali, come quello della libertà di espressione. Arrivo alla richiesta, ringraziandola per il tempo che mi ha accordato. Siamo un ramo del Parlamento sensibile a questi temi, guidati da una giurista sensibile e illuminata come lei; le chiedo di poter incardinare un dibattito su di essi che possibilmente giunga a una risoluzione o comunque ad un atto di indirizzo del Governo in questo ambito, favorendo anche l'iter di un disegno di legge su questa materia che come contenuto minimo dovrebbe avere, come verificherò con il collega Moles, la richiesta di sottrarre e di schermare le testate giornalistiche registrate che sono sul web dal meccanismo delle segnalazioni, che sono il meccanismo utilizzato dalle squadracce digitali degli hater organizzati per far rimuovere i contenuti a loro sgraditi. (Applausi).

PRESIDENTE. Senatore Bagnai, la ringrazio per aver posto all'attenzione dell'Assemblea un tema così importante, che porrò all'attenzione della prossima Conferenza dei Capigruppo.

sabato 20 marzo 2021

Articolo di Paolo Baffi, ex governatore della Banca d’Italia, uscito su La Stampa il 3 dicembre 1989 sui cambi fissi e sul ruolo dell'Europa

«Quando si è eretto il feticcio dei cambi fìssi le conseguenze sono state nefaste» – «Pochi bambini e tanti vecchi. Ecco il vero problema della comunità» – Una nuova ondata di immigrati è inevitabile.


Il dibattito in corso, specialmente vivace in Gran Bretagna, intorno alte forme e ai limiti dell’integrazione economica e politica nell’Europa occidentale, non può lasciare indifferente ogni persona sensibile ai problemi dell’ordine sociale. Gli è perciò che desidero contribuirvi con le osservazioni che seguono.

1. La lesi federalista di Einaudi muove dalla constatazione che gli Stati sovrani sono eternamente impegnati in una lotta per lo spazio vitale e l’egemonia, che giunge sino alla guerra ed ha, fra i suoi strumenti, il protezionismo. La stessa impostazione si trova in Spinelli e Rossi (Manifesto di Ventotene) che hanno letto le analisi di Robbins. Da questo Malo di cose derivano, sul piano dei beni materiali: a) la destinazione ad usi bellici di una parte delle ritorse prodotte, b) l’abbassamento dei livelli produttivi sotto il potenziale di libero scambio a causa delle distorsioni introdotte dal protezionismo. Inoltre ne segue c) una sottoutilizzazione delle infrastrutture apprestate dall’uomo, con impiego di risorse materiali e talenti, per la promozione dei traffici: impianti di trasporto e comunicazione, reti distributive e così via.
La federazione, si argomentava, eliminando la guerra e lasciando campo alla libera fioritura dei commerci, avrebbe rimosso queste tre ragioni di abbattimento del benessere e di dissipazione di risorse.

2. Gli obiettivi indicati dai federalisti italiani sono già stati sostanzialmente raggiunti, fuorché sotto due rispetti: a) l’ambito territoriale al quale essi si riferivano comprende i Paesi dell’Europa centro-orientale, fino alla linea che va dal Baltico al Mar Nero; è quindi più ampio di quello della CEE e giustificalo dall’insieme di ragioni geografiche, storiche e culturali che fanno di Varsavia, Praga, Vienna e Budapest sostanza d’Europa altrettanto viva quando lo siamo noi; b) nel settore agricolo, il Mercato Comune, in luogo della concorrenza, ha instaurato un pesante apparato protezionistico che si distingue per l’entità delle distorsioni produttive ed uno spreco di mezzi finanziari in cui alligna la frode. Su questi due fronti, la tesi federalista merita ulteriore impegno.

3. Sul piano monetario, l’assetto finale preconizzato dai nostri federalisti è quello della valuta unica che ritroviamo nel rapporto Delors. La fase di transizione verso di essa merita di essere gestita con il riguardo dovuto alle profonde trasformazioni in atto nelle economie della fascia di Paesi compresa fra la CEE e l’Unione Sovietica, e in quest’ultima. Poiché è eccessivo attendersi da tali Paesi un balzo improvviso verso schermi di piena convertibilità per merci, servizi e capitali, conviene che gli ordinamenti monetari del Mercato Comune in oggi, della Federazione domani, offrano loro meccanismi di associazione caratterizzati da convertibilità parziale, sistemi di credito, qualche latitudine nella variazione dei tassi di cambio. In quest’ottica, la non definizione dei tempi di passaggio alla seconda ed alla terza fase del piano Delors è opportuna, perché consente di meglio raccordare il nostro progresso interno con quello dei potenziali Paesi partecipi di un’Europa allargata ai confini tracciati dai nostri federalisti.
Sembra peraltro eccessiva la irrevocabilità dei tassi di cambio prevista dal rapporto Delors per la seconda fase, che è ancora di monete distinte: la distinzione non avendo senso alcuno se non associata alla possibilità di variazione del cambio. La gestione della seconda fase, se i cambi fossero totalmente rigidi, sarebbe più difficile di quella della terza, per il minor potere dell’organo centrale di coordinamento.
La storia monetaria d’Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostanti condizioni dell’economia, le conseguenze sono state nefaste. Mi riferisco in particolare al costo economico e sociale della riconduzione della sterlina alla parità antebellica nel 1925-26; all’imposizione alta Germania, da parte degli Alleati, di una parità aurea immutabile del marco che portò alla deflazione del 1931-32 e, con Hitler e Schacht, al controllo dei cambi; al futile tentativo, dopo la svalutazione della sterlina (settembre 1931 ), di costituzione di un blocco oro che condusse, in Francia, alla deflazione e a disordini sociali e, in Italia, all’instaurazione del controllo dei cambi sin dal 1934.
Queste riflessioni sono applicabili non soltanto ai vicini dell’Est, bensì anche ai tre Paesi mediterranei che si sono da ultimi associati alla Cee a venturi candidati come la Turchia. L’insistenza perché essi subiscano il giogo di un ordine guidato da una moneta dura come il marco, collocandosi entro fasce di oscillazione sempre più strette o nulle, ignora che ad ogni grado di maturazione economica e sociale corrisponde un sistema di vincoli appropriato. Una disciplina rigida in termini di prezzi e cambi, se può essere adatta ai grandi Paesi di antica industrializzazione legati fra di loro da una fitta rete di commerci che rende meno probabili ampie variazioni nelle mutue ragioni di scambio, male si addice ad economie, come quelle citate, impegnate a recuperare il ritardo rispetto alle prime.

4. Nello stesso ambito delle economie sviluppale, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli Anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all’abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L’aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un’onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l’obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio.

5. Osservazioni di ugual senso sono sollecitate dall’istanza di stretto coordinamento delle politiche economiche e sociali in ambiti diversi da quello monetario.
Una lettura teorica corretta dell’opposta tesi propugnata in passato da De Gaulle, oggi dalla Thatcher — tesi che si trova anche nei nostri federalisti, gelosi della sopravvivenza di una pluralità di piccole patrie — ritengo estere quella recentemente proposta a Bruges dal professor Roland Vaubel. Secondo questa lettura, un coordinamento troppo spinto di politiche economiche elimina l’elemento di concorrenza, caratteristico del Mercato Comune, dal livello più alto in cui la concorrenza può esplicarsi, che è quello della formazione delle politiche medesime; esso è quindi contraddittorio con la filosofia del sistema, che in uno schema di piena coerenza interna dovrebbe consentire agli agenti opzioni diverse nelle loro decisioni di offerta di lavoro, di investimento di capitali, di culture e stili di vita.
L’argomento delle distorsioni che seguirebbero ad ordinamenti tributari diversi perde peso qualora ciascuno di essi soggiaccia al vincolo di un equilibrio finanziario complessivo: è su questo vincolo, piuttosto che sull’omogeneità degli assetti tributari nazionali, che dovrebbe portarsi lo sforzo di convergenza.

6. Il problema della sottoutilizzazione delle infrastrutture, richiamato da Einaudi (1.), potrà ripresentarsi, anziché per effetto del protezionismo, a causa del declino demografico in atto nell’Europa occidentale. Le grosse coorti di nati nel ventennio 1945-65 toccheranno l’età della pensione nel primo quarto del prossimo secolo. In quel torno di tempo, sia l’indice di vecchiaia (vecchi/giovani) sia l’indice di dipendenza degli anziani (vecchi/adulti) della popolazione europea segneranno purtroppo una nuova impennata. Le folte schiere dei vecchi continueranno a presentarti sul mercato come compratrici, con i mezzi forniti dagli estesi sistemi di previdenza sociale e privata. Gli equilibri di mercato non soffriranno dunque di un difetto di domanda, bensì di una possibile carenza di offerta del fattore produttivo lavoro. In una condizione siffatta, l’immigrazione si presenterà come un meccanismo riequilibrante, un innesto naturale che sarà attivato dalle chiamate delle imprese produttive (e delle stesse famiglie). Poiché essa proverrà inevitabilmente da Paesi di civiltà diversa dalla nostra, il problema della preservazione del nostro sistema di valori ne risulterà aggravato e tanto più meritevole dell’attenzione che per esso chiedono gli assertori delle piccole patrie, del genio europeo della varietà, contro possibili processi di entropia culturale.

7. Se si fa idealmente centro a Bruxelles, e con moto rotatorio si gira, seguendo il sole da Est ad Ovest, lungo un arco di 180°, si incontrano prima i problemi dei rapporti con gli Stati ad economia socialista e di quelli con i Paesi del Golfo produttori di energia. Indi si affacciano quelli dell’immigrazione che configurano un ritorno pacifico del turco e del saraceno. Questo stesso problema di massicce migrazioni si ripropone sulle sponde del continente africano, tormentato da eccesso di popolazione, fame e desertificazione. Procedendo ancora, l’esplosione demografica si trova associata, in America Latina, a quella del debito estero, che ha raggiunto livelli incompatibili con ogni speranza di puntuale assolvimento. Infine, a tutto Ovest, ci si imbatte nel persisterne disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti della più ricca fra le economie sviluppate (che nel sessennio 1983-1988 ha toccato il quasi incredibile importo di 700 miliardi di dollari) gemellato allo squilibrio delle finanze pubbliche e fonte di tendenze protezionistiche che minacciano sempre più gravemente l’ordinato sviluppo dei commerci mondiali.
Nessun altro sistema politico è complessivamente interessato a queste fondamentali tematiche quanto l’Europa occidentale e, in seno a questa, la Germania: centrale, competitiva, tuttora ricca di tecnologie e di capitali, seppure divisa ed in preda ad un pauroso declino demografico.

8. Il nostro arco, dopo averci offerto la visione esaltante di processi di trasformazione sociale atti a colmare il fossato tra sistemi politici rivali, ci propone dunque quella, angosciante, di una molteplicità di equilibri infranti — nei rapporti tra sviluppo economico e conti esteri, tra demografia e sviluppo, tra economia e ambiente — che è arduo ricomporre o sostituire con nuovi. In ognuna di queste situazioni ricorre l’aspetto finanziario. Si danno infatti problemi di realizzare una minore instabilità delle ragioni di scambio nei rapporti fra produttori di materie prime, fonti di energia e manufatti. In Africa si incontrano problemi di difetto di accumulazione, cui fa d’uopo sovvenire con investimenti agevolati e donazioni. Nell’America Latina, spiccano le esigenze di finanziamento condizionato da parte delle istituzioni internazionali e di regolazione dei flussi di credito bilaterali, ufficiali e privati; più a Nord, il problema della instabilità dei cambi fra le tre grandi aree monetarie (del dollaro, della CEE e dello yen) e quello del disavanzo americano.
Sembra quindi giunto per tutti il momento di allargare gli orizzonti e di innalzare i traguardi verso alcune prime attuazioni di un governo mondiale che era pure negli auspici di Einaudi. Un contesto in cui anche ai massimi responsabili dell’economia e della finanza dell’Europa occidentale, ministri e governatori, incombe l’obbligo di modellare le politiche di quest’area subcontinentale nel senso della sollecitazione, ad Oriente, delle virtualità positive insite nei processi in atto; a Mezzogiorno e ad Occidente, nel senso della correzione degli squilibri globali. Magari collocando in grembo al tempo e all’esperienza problemi minori, quale quello dell’eliminazione dei residui gradi di flessibilità di un sistema regionale di cambi già abbastanza stabile ed efficiente.
Paolo Baffi

giovedì 18 marzo 2021

Reuters: Schnabel, membro del Comitato Esecutivo della BCE: "Il piano 'recovery fund' potrebbe rivelarsi insufficiente"

PARIS (Reuters) - The European Union's 750 billion euro ($893 billion) economic recovery fund may prove too small and what matters now is spending the money as fast as possible, ECB Executive Board member Isabel Schnabel said.

EU governments have until the end of next month to submit detailed plans on how to spend funds from the 27-nation bloc's landmark stimulus fund.

The European Commission and the governments have yet to agree on structural reforms, while domestic politics in some countries has fuelled concerns of possible delays.

"It's possible that the European support plan proves to be insufficient, but that debate is premature," Schnabel said in an interview with French newspaper Les Echos published on Tuesday.

"What matters now is that the European funds that have been approved are paid out as quickly as possible. It's absolutely essential, any delay would be harmful," she added.

The European Commission hopes that by September it can start disbursing the money, which will be raised through joint borrowing by EU member states.

Meanwhile, U.S. President Joe Biden's administration has started making payouts under a $1.9 trillion COVID-19 stimulus package.

(Reporting by Leigh Thomas; Editing by Richard Chang)

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PARIGI (Reuters) - Il fondo per la ripresa economica dell'Unione europea da 750 miliardi di euro (893 miliardi di dollari) potrebbe rivelarsi troppo piccolo e ciò che conta ora è spendere il denaro il più velocemente possibile, ha detto Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE.

I governi dell'UE hanno tempo fino alla fine del mese prossimo per presentare piani dettagliati su come spendere i fondi del fondo di stimolo del blocco di 27 nazioni.

La Commissione europea e i governi devono ancora accordarsi sulle riforme strutturali, mentre la politica interna di alcuni paesi ha alimentato le preoccupazioni di possibili ritardi.

"È possibile che il piano di sostegno europeo si riveli insufficiente, ma questo dibattito è prematuro", ha detto Schnabel in un'intervista al quotidiano francese Les Echos pubblicata martedì.

"Ciò che conta ora è che i fondi europei che sono stati approvati siano versati il più rapidamente possibile. È assolutamente essenziale, ogni ritardo sarebbe dannoso", ha aggiunto.

La Commissione europea spera che entro settembre possa iniziare a erogare il denaro, che sarà raccolto attraverso prestiti congiunti da parte degli stati membri dell'UE.

Nel frattempo, l'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha iniziato ad effettuare i pagamenti nell'ambito di un pacchetto di stimolo COVID-19 da 1.900 miliardi di dollari.

(Servizio di Leigh Thomas; Montaggio di Richard Chang)

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Isabel Schnabel, membro del Comitato Esecutivo della BCE, già il 26/2/2021 ammoniva che "l'austerità è un errore da non ripetere" (qui fonte del virgolettato: "l'austerità non paga nei periodi di bassa crescita, nemmeno nei casi di debiti pubblici già elevati"). La stessa Isabel Schnabel che il 20 febbraio 2015 pubblicava con altri quattro esimi colleghi (Lars Feld, Christoph Schmidt, Benjamin Weigert, Volker Wieland) su Voxeu un paper intitolato "Greece: no escape from the inevitable". L'abstract esordisce così: "Le affermazioni che 'l'austerità è fallita' sono popolari, soprattutto nel mondo anglosassone. Questa colonna sostiene che questa narrazione è effettivamente sbagliata e ignora le ragioni alla base della crisi greca" (paper qui). 

Oggi è risaputo (anche se per alcuni era un dato di fatto già 10 anni fa, come Bagnai "I salvataggi che non ci salveranno") che le ragioni della crisi sono state determinate dall'insostenibilità del debito privato (Constancio, 2013) e che dunque le strette in bilancio sono servite all'utile fine di peggiorare la situazione dei Paesi del Sud. Ma tornando a noi: già alcuni mesi fa sulla stampa internazionale si potevano leggere i primi "contrordine, compagni!" dei vari economisti OCSE, BCE e FMI, su cui anche Giuseppe Liturri, con la serietà e la preparazione che gli sono proprie, ha dedicato qualche riga (per esempio qui).

Bisogna dunque una volta per tutte prendere atto, con serenità, del fatto che l'UE è la stessa, la Schnabel è la stessa, la Germania è la stessa. L'austerità verrà riproposta? Errata corrige: L'austerità verrà riimposta? Il MES di Klaus è pronto, le country specific recommendations, su cui bisogna redigere il PNRR del Recovery Plan, assieme con il corollario di regole del Semestre Europeo, Stability and Growth pack, Six pack e Two pack, sono ancora lì. Anche qualora le regole fiscali europee cambiassero (e secondo alcuni il PdC Draghi potrebbe influire sulle trattative in UE) la sostanza rimarrebbe la stessa e si ritornerebbe ai soliti dogmi insulsi e insensati come il pareggio di bilancio, il rapporto debito/pil al 60%, la stabilità dei prezzi, il 2% di inflazione...

Resoconto stenografico intervento Presidente Bagnai (LEGA) in aula nella discussione sulla conversione del DL 21/09/2021, n 127.

 Conversione in legge del decreto-legge 21 settembre 2021, n. 127, recante misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lav...