BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, mi rivolgo a lei a nome di una forza politica che ha deciso con convinzione di darle un leale sostegno nel suo impegno per la ricostruzione del Paese. Vorrei in via preliminare esprimerle condivisione per la sua interpretazione di questa fase, in cui anche noi non vediamo un fallimento della politica, ma piuttosto dell'antipolitica. Le siamo particolarmente grati per aver sottolineato che nella maggioranza che la sostiene - cito - «nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità». Farlo, del resto, sarebbe antieuropeo. Il motto dell'Unione è: «Unita nella diversità» e in questo spirito il suo discorso ha riconosciuto esplicitamente il valore della diversità espressa dalla sua maggioranza. Si tratta di puro buonsenso: nell'affrontare un compito così ambizioso, è importante poterlo osservare da angoli diversi, prima di fare sintesi (compito che incombe a lei).
Mi permetta allora, a scanso di equivoci e a sostegno di quanto offrirò alla riflessione di questa Aula, di precisare qual è il nostro angolo visuale. È quello di una forza politica che da subito, convintamente e motivatamente, si è schierata contro quelle politiche che oggi tutti condannano: le politiche di austerità. Ci rassicura, in questo senso, sapere nella sua squadra chi disse: «Senza crescita economica un debito pubblico come quello italiano non è sostenibile (...) non crescendo e non producendo ricchezza, nessun debito può essere rimborsato» (Giancarlo Giorgetti nel 2012). Mi permetta anche di esprimere sollievo per aver trovato nelle sue parole conferma di quanto qui tutti si aspettavano da lei: una piena consapevolezza della situazione del Paese.
Aggiungo qualche dato, a beneficio non suo ma del verbale, approfittando del nuovo clima di fattiva collaborazione che anima questo Parlamento. Il calo avvenuto nel 2020, pari all'8,9 per cento, ha riportato il PIL italiano ai valori del 1998; un balzo all'indietro di ventidue anni, cui il Covid-19 ha dato un contributo determinante, ma non esclusivo. Come lei ha ricordato, nel 2019 non avevamo ancora recuperato rispetto alla crisi finanziaria iniziata nel 2008; il PIL italiano era inferiore del 3,8 per cento rispetto al massimo pre-crisi, situandosi al livello del 2004, con un ritardo di quindici anni. Il naturale rimbalzo che aveva fatto seguito alla recessione del 2009 era infatti stato stroncato, a partire dal 2012, da politiche di cui a suo tempo denunciammo l'inopportunità, in particolare da un taglio strutturale di una ventina di miliardi degli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione, che - come ci dice il database Ameco - ha portato gli investimenti fissi netti in territorio negativo dal 2012. Una distruzione di capitale fisso pubblico senza precedenti per intensità e durata nella storia del nostro Paese.
Qui arriviamo al primo punto su cui sono lieto di avere la sua attenzione. Il 18 agosto scorso lei affermò, in un noto intervento pubblico: «È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale». Questo passaggio necessita attenzione. Lei ha citato la diversa velocità di ripresa dei Paesi europei; noi temiamo - e ci affidiamo a lei per scongiurare questa eventualità - che la riattivazione delle regole possa avvenire prima che il Paese abbia recuperato e senza emendare il vulnus principale delle regole stesse, ampiamente riconosciuto da tutti (il riferimento al PIL potenziale).
Come lei ben sa, l'individuazione delle componenti strutturali tramite tecniche di filtraggio soggiace al noto end point bias, che tradotto significa che il potenziale produttivo di un Paese viene identificato con le macerie lasciate dall'ultima recessione e che quindi qualsiasi politica voglia spingere per riportare il PIL alla sua tendenza storica viene esclusa perché ritenuta a priori inflazionistica. Questo dopo il Covid-19 non possiamo permettercelo. Abbiamo bisogno di lei come interlocutore autorevole e competente al tavolo della riscrittura delle regole, tavolo che, con un certo sgomento, non vediamo al lavoro. Abbiamo bisogno di lei per rimuovere da queste regole una distorsione che ha giocato per lunghi anni contro il Paese; se questa distorsione non verrà rimossa, la divergenza fra Stati membri aumenterà e il progetto europeo sarà a rischio. Ma non ci sarà stato messo da chi liberamente esercita, qui o altrove, il proprio diritto di critica, bensì da chi avrà ottusamente rifiutato di obbedire alla razionalità macroeconomica, le cui conseguenze politiche sono state tanto spesso da lei sviscerate con chiarezza esemplare.
Vorrei anche condividere con lei un'osservazione, da persona che ha praticato a lungo il dibattito europeo, quello che si svolge in Europa. Dobbiamo partire dalla serena consapevolezza che se in Europa non esiste - cito le sue parole - «un bilancio pubblico comune, capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione», dotato cioè in termini tecnici di capacità di stabilizzazione macroeconomica, ciò non è dipeso né dall'Italia, né dagli italiani (compreso chi le parla), né specificamente da Governi espressione di un pensiero politico antagonista all'europeismo. Al contrario, come lei ben sa, le resistenze a questo progetto vengono purtroppo da Governi espressione di partiti che rientrano nell'alveo del PPE e PSE.
Questa osservazione, che immagino possa sembrare provocatoria ed insensata ad alcuni miei colleghi, viene fatta in realtà qui con spirito del tutto costruttivo ed è ben fattuale, come mi accingo a dimostrare. Il rapporto dei cinque Presidenti - lei era uno dei cinque e, senza piaggeria, posso dire di gran lunga il più incisivo ed autorevole, il che ci inorgoglisce come italiani - dedicava un intero paragrafo (il 4.2) al tema della funzione di stabilizzazione che il bilancio europeo avrebbe dovuto svolgere. Quello di mettere a disposizione dei Paesi membri una massa di risorse comuni per rispondere con maggior vigore alle avversità del ciclo, del resto, è un tema a lei caro e che ha anche affrontato ultimamente, il 1° ottobre 2019, in una nota prolusione tenuta ad Atene.
Tuttavia, senza alcuna malizia, sine ira et studio, mi consenta di farle notare che non siamo stati noi, che qui la sosteniamo, a cancellare la parola stabilization dal discorso europeo. Le comunicazioni dell'eurogruppo ai leader, del 4 dicembre 2018, chiariscono che furono - e tuttora credo siano - Francia e Germania ad insistere su convergenza e competitività, a discapito della stabilizzazione. Quindi, se abbiamo dovuto rincorrere la crisi pandemica trasformando l'embrione del Budgetary instrument for convergence and competitiveness (BICC) in Next generation UE, non è colpa di chi è dipinto dai media come antieuropeista, ma di chi in giro per l'Europa si dice europeista senza esserlo, e lei lo sa bene come lo sappiamo noi.
La sfida che le si presenta è formidabile, ma sono formidabili anche le opportunità. Lei può contare, oltre che sul naturale rimbalzo di un sistema economico dopo un simile shock, sulla volontà di tornare a vivere e a lavorare di uno dei popoli più industriosi del pianeta; sul generalizzato rifiuto di politiche di cui oggi tutti riconoscono, con la Lega, il fallimento (siamo certi che questo riconoscimento sarà sincero e operoso); infine, su una configurazione dei fondamentali macroeconomici, primo fra tutti il saldo delle partite correnti, che è eccezionalmente favorevole e la solleverà così dal doloroso compito di gestire gli squilibri esterni distruggendo domanda interna.
Le circostanze e il tempo giocano quindi a suo favore. Se, con la sua autorevolezza, con la sua credibilità e con il nostro leale sostegno, riuscirà a promuovere la competitività del Paese con le riforme di cui tutti gli organismi internazionali, a partire dalla World Bank, riconoscono la necessità (la riforma della pubblica amministrazione e quella della giustizia), il Paese le dovrà riconoscenza. A questo proposito, ho colto con sollievo nel suo discorso un accenno critico ai limiti delle riforme - cito le sue parole - dettate «dall'urgenza del momento». Concordiamo assolutamente con lei: la retorica del «fate presto» e della casa in fiamme ha fatto il suo tempo e le sue vittime. Prendiamo esempio da altri Paesi europei: penso all'Olanda dove, nell'attesa di un appuntamento elettorale importante, si è deciso di posporre la presentazione del PNRR rispetto al termine, ordinatorio e non perentorio, del 30 aprile.
La vera discontinuità e il viatico per il successo della sua azione di Governo che qui, da sinceri patrioti, tutti ci auguriamo, sarà la condivisione con il Parlamento, a partire da una piena attuazione della cosiddetta legge Moavero. Buon lavoro, signor Presidente, i fatti parleranno per lei. Viva l'Italia. (Applausi).