mercoledì 30 dicembre 2020

RESOCONTO STENOGRAFICO IN CORSO DI SEDUTA - DISCUSSIONE LEGGE DI BILANCIO SENATO - DICHIARAZIONE DI VOTO SENATORE ALBERTO BAGNAI

qui stenografico in corso di seduta.

qui video dell'intervento


BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, farò solo un breve passaggio per sottolineare che l'aperto disprezzo che il Presidente del Consiglio dimostra per le istituzioni non ci stupisce, perché è parente stretto, ad esempio, di quel disprezzo che dimostrò per la cultura quando parlò di artisti che ci fanno divertire, come un monarca, come un sovrano del Medioevo. (Applausi). Forse considera anche noi dei giullari, ma lasciamo perdere.
L'ultima volta l'ho presa un po' larga; questa volta - me ne scuso - la prenderò larghissima e sarò anche un po' noiosetto. Vi dirò delle cifre, perché occorrerà anche mettere agli atti queste cifre, e alla fine dell'anno, cui ci siamo ridotti con la legge di bilancio, mi sembra un'ottima occasione simbolica per tirare una riga. Parto dal 28 giugno 1914, quando Gavrilo Princip assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando, con le conseguenze che ricorderete. Mi limito a dirvi un dettaglio: il PIL italiano quell'anno fece un tuffo del meno 5,4 per cento. Ci vollero dieci anni perché il valore del 1913 venisse raggiunto e recuperato nel 1923, dopo aver toccato nel 1915 un minimo di 115 miliardi. In dieci anni recuperammo.
Seconda puntata. In un afflato europeista, il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia, perseguendo a modo suo - che nel frattempo è cambiato nelle forme, ma non nella sostanza, come vedremo - l'obiettivo di una unificazione del Continente, a suo uso e consumo. Quello che accadde dopo ce lo ricordiamo tutti, e anche qui mi limito un dettaglio. Il PIL italiano nel 1939 crebbe di un gagliardo 6,3 per cento, ma poi le cose cambiarono per ovvi motivi, e si giunse a un minimo di 107 miliardi nel 1945 (quasi la metà). Anche in questo caso, però, bastarono dieci anni per raggiungere e superare il livello di partenza: nel 1949 il PIL italiano arrivò 201 miliardi.
E ci avviciniamo ad oggi. Nel 2007 scoppiò negli Stati Uniti quella crisi finanziaria che poi raggiunse la sua fase acuta, come ricordiamo, il 15 settembre 2008, quando le Lehman Brothers portò i libri in tribunale. Nel 2007, il nostro PIL era di 1.795 miliardi.
Qui però devo deludere i miei amici progressisti, quelli che a scuola, quando la professoressa spiegava Leopardi, erano un po' distratti: nonostante le magnifiche sorti e progressive, questa volta dieci anni non sono bastati per recuperare. Nel 2017 eravamo ancora del 5 per cento sotto il livello del 2007, a 1.704 miliardi e dodici anni dopo, nel 2019, l'anno scorso - un anno che, guardato con gli occhi di oggi ci sembra quasi normale - eravamo ancora sotto del 4 per cento, a 1.726 miliardi. Quanto ci sarebbe voluto, nel 2019, a tornare al livello pre-crisi? Al tasso medio di crescita che l'Italia ha registrato fra il 1999 e il 2019, pari allo 0,45 per cento, si sarebbe dovuto aspettare il 2028, cioè 21 anni, più del doppio di quanto era occorso per recuperare in occasione degli eventi bellici del XX secolo, per raggiungere e superare il livello pre-crisi del 1997. Vengo al punto. Quando qui oggi qualcuno si intenerisce sui cosiddetti errori del passato, sull'austerità che - signora mia - fa tanto male alla crescita, la mia sensazione è che non sappia proprio di che cosa si sta parlando. Questi dati lo illustrano: le regole europee hanno raddoppiato il nostro tempo di recupero, hanno prolungato, hanno raddoppiato le nostre crisi, di qualsiasi natura, portandole da dieci a vent'anni. (Applausi). Ora voi siete qui, ispirati naturalmente dal vostro ideologo, che come ho già avuto modo di dirvi non è Karl Marx, ma Alberto Sordi, a raccontarci che «A me m'ha bloccato la malattia». Sarà, ma seguendo il vostro discorso, quello che ci ha bloccati, la malattia, non è il Covid, ma è, dal 1997, l'adozione del Patto di stabilità e crescita, quindi è un'altra malattia. È l'austerità europea, è la governance economica europea, è il semestre europeo, sì, proprio quello stesso semestre che dovrà gestire i soldi del recovery. Come potrà andare a finire? Ora voi siete tutti costretti a dire quanto noi dicevamo nel 2012, cioè che l'austerità è un errore. La mia domanda è se c'era bisogno del Covid per accorgersene, quindi per sospendere le regole. La risposta è nei dati che vi ho fornito ed è no. Chi voleva vederlo lo avrebbe già potuto vedere, era già chiaro che qualcosa non andava, ma ragioniamo adesso sulle conseguenze del Covid, pro futuro. Le ultime previsioni della Banca d'Italia dicono che quest'anno faremo il -9 per cento, un buco di 155 miliardi che ci porterà intorno a 1.571 miliardi, cioè torneremo ai valori precedenti alla malattia, perché nel 1998 il PIL italiano era più o meno lì, a 1.574 miliardi, e poi ci sarà il rimbalzo. Certo, il rimbalzo doveva essere del 6 per cento e oggi la Banca d'Italia lo quota al 3,5 per cento, ma solo se non ci sarà una crisi finanziaria, se il commercio mondiale riprenderà, se, se, se...L'unico dato che abbiamo è la crescita media che riusciamo a fare con queste regole, lo 0,45 per cento e a questo tasso di crescita annua dovremo aspettare il 2045 per rivedere il livello del PIL del 2007, cioè 38 anni. Sono 28 anni persi, quasi due generazioni. Questo è lo scenario più plausibile che ci aspetta. Voi direte che ora le regole sono sospese, ora abbiamo la pioggia di miliardi, una grande opportunità, che si faccia presto. Mai sentita questa esortazione? Ragioniamo sulla sospensione. Perché le regole venissero sospese non è bastato che danneggiassero il nostro Paese al punto di raddoppiare la durata della sua crisi, ma è dovuto succedere qualcosa che oltre a noi mettesse in difficoltà la potenza egemone, quella stessa potenza che le regole, i trattati, i contratti li applica e li disapplica a suo piacimento, nella vostra indifferenza. Voi, intanto, avete alimentato, con i vostri "intellettuali" e con i vostri media, una narrazione abietta, che colpevolizzava il popolo italiano per un fallimento che altro non era che la leale adesione a regole assurde di cui voi oggi dovete riconoscere l'assurdità. E gli altri intanto come si regolavano? Vi faccio un esempio. Quando la Germania, a giugno di quest'anno, ha deciso di procedere indennizzando i costi fissi delle imprese, non ha chiesto permessi, l'autorizzazione europea è arrivata dopo, a ottobre, con la quarta modifica del quadro temporaneo di aiuti, ma intanto il Governo tedesco aveva agito. (Applausi). Noi non lo critichiamo per questo, sareste voi a doverlo fare, voi che siete così babbalei da credere all'Europa della solidarietà, voi che continuate a credere che la difesa dell'interesse nazionale sia deprecabile perché il bene del tutto per voi giustifica sempre il male delle parti, che sia la Grecia o che sia - peggio ancora - la vostra parte, l'Italia.
Vi faccio un altro esempio. Avete letto l'allegato alla COM n. 4192 del 2020, la decisione della Commissione che stabilisce la strategia vaccinale europea? L'articolo 7, rubricato «Obbligo di non negoziare separatamente», recita: «Firmando questo accordo gli Stati membri confermano la loro partecipazione alla procedura e acconsentono a non lanciare procedure nazionali per anticipare l'acquisto di vaccini dagli stessi produttori». A occhio è esattamente ciò che la Germania non ha fatto secondo concordi fonti di stampa. (Applausi). Anche per questo noi non diamo torto alla Germania; diamo torto a chi ciancia di Europa cambiata, di grande prova di solidarietà, senza voler affrontare il nodo della questione, che non è quello della sospensione, ma quello del totale ripensamento delle regole. È tutto in questa storia di ordinaria subalternità il motivo per cui gli italiani che noi ci onoriamo di rappresentare non hanno fiducia in voi. È per il vostro rifiuto di confrontarvi con la realtà, per la vostra incapacità di rivendicare pari dignità per il nostro Paese, per l'aperto disprezzo che avete dimostrato verso di loro, verso gli italiani.
Anziché parlare di miliardi - che in gran parte non ci sono e che, se ci saranno, dovranno comunque essere restituiti, dopo essere stati gestiti secondo le regole che hanno distrutto la nostra economia - anziché ringhiare come cani attorno a un osso per spartirvi il prestito che arriverà, lasciando chiudere le aziende e fallire le imprese che poi dovranno ripagarlo (cosa che ben vi guardate dal dire), dovreste porvi qui e in Europa l'unica domanda urgente che abbia senso porsi oggi: come cambiare la governance economica europea e cosa fare se questo dovesse rivelarsi impossibile. Tale operazione di verità vi è, però, preclusa per motivi non etici, ma etologici. Voi preferite continuare a tirare a campare di rinvio in rinvio: meglio un sussidio domani che la dignità oggi! Questa è la cifra della vostra politica. (Applausi).
È per questo che il Gruppo cui mi onoro di appartenere vi nega oggi e vi negherà finché non cambierete atteggiamento la sua fiducia. (Applausi).

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